Vita e destino
Mi chiamo Alberto Brancolini, sono nato il 21 febbraio 1983 -come Mélanie Laurent, ma scuro di capelli- a Imperia, dove ci sono 3000 ore di sole all’anno e, quindi, molto vento. Che -è risaputo- fa diventare matti. Per fortuna la mia casa è riparata da un poggio.
Sono cresciuto tra questo lembo di Liguria, dalla cui terra aspra ho ereditato un certo pragmatismo e l’attitudine a cercare di vedere oltre gli ostacoli, e la Toscana, che mi ha trasmesso il senso dell’umorismo.
Il cinema mi ha battezzato con il sale della paura: a quattro anni mia madre mi portò a vedere la riedizione Disney di Peter Pan. Terrorizzato dallo schermo vuoto, iniziai a strillare come un pazzo e non volli entrare in sala.
Siccome sono testone, tornato a casa ho deciso di riempirlo io, quello schermo.
Brankaworld nacque qualche anno dopo. Un marchio invendibile -troppo ostico da comunicare- e un po’ presuntuoso. Un errore di gioventù a cui mi sono affezionato e di cui mi servo per ricordarmi di relativizzare.
Il cinema non è stato una vocazione ineludibile. Ho provato a avvicinarmi a professioni diverse.
Dopo aver rischiato la pelle cercando di sintetizzare nitroglicerina, ho dedotto che la chimica non facesse per me. Il Lego non è propriamente cemento, e ho escluso architettura. Mi ha affascinato -e ancora mi affascina- la medicina, ma lo stomaco stoicissimo di fronte alla fiorentina non sembra altrettanto ben disposto verso altri tipi di sangue.
Nel frattempo, ho visto molta, moltissima televisione. Così nel 2001, a diciott’anni appena compiuti, ho votato per Berlusconi. Poi sono diventato grande.
A Bologna ho frequentato il DAMS -curriculum Cinema- e ho assistito, tra le altre, alle lezioni di Luciano Nanni, Gian Mario Anselmi, Pier Luigi Capucci (che cura il progetto Noemalab), Loretta Guerrini (con cui ho discusso la tesi di laurea), Lorenzo Quaresima e il compianto Franco La Polla.
All’epoca vivevo a Firenze, per andare all’università facevo il pendolare in treno, percorrevo moltissimi chilometri in bicicletta su e giù per il Mugello e frequentavo i corsi dell’AIBES (Associazione Italiana Barmen E Sostenitori). Grazie a Luca Picchi (fiduciario della sezione toscana), ai suoi colleghi e amici ho sviluppato le mie abilità in questa professione. Oggi sono socio AIBES con il grado di aspirante barman e, nonostante abbia cambiato mestiere, rinnovo l’iscrizione ogni anno.
Su consiglio della professoressa Sylvia Notini ho concorso al bando Overseas 2005: ho vinto una borsa di studio e un posto di scambio per studiare un anno alla University of Wisconsin – Madison. Dal settembre 2005 al maggio 2006 ho frequentato le lezioni di Kelley Conway (Film History) e Katherine Spring (Video & Audio production), ho scoperto cos’è davvero il freddo (-25°C a febbraio) e partecipato al laboratorio universitario di Matt Sinkiewicz, da cui sono nati Men in the mood e The man who ate beans.
Al ritorno in Italia, ho conosciuto Antonella Viale, giornalista, traduttrice e critica letteraria e ho collaborato a alcuni suoi progetti.
Il 27 novembre 2007 mi sono laureato con lode, discutendo una tesi di critica cinematografica proprio su The man who ate beans.
Milano, con i suoi standard professionali, chiamava. Ho risposto. Mi sono iscritto all’Università Statale per conseguire la laurea specialistica in Scienze del linguaggio e della comunicazione multimediale.
Nel novembre 2008 ho cominciato a frequentare le lezioni di Digital Film Making presso la SAE di Milano, tenute da Federico Lorenzo Mattioli, Marco Villa, Vincenzo Cuccia, Saverio Luzzo, Eugenio Premuda e Emina Gegic. Ho conseguito il diploma nel maggio 2010.
Oggi vivo tra Imperia e Milano. Nel tempo libero vado in bicicletta, cucino, leggo soprattutto saggistica e curo le grafiche per la sezione locale del Partito Democratico.
Il vecchio Brankaworld percorre ancora, ostinato il suo cammino, perché la forza, l’impegno e la dedizione che ogni giorno mettiamo nelle nostre azioni, deve essere diretta verso qualcosa che va oltre la mera necessità e la contingenza del mondo, verso qualcosa che conserva l’impulso infantile di cambiare la realtà per trasformarla in ciò che si è sognato di raggiungere alla fine del viaggio.
Quell’impulso, per me, va verso il cinema. Sono appena partito.